Si chiama Joanna Newsom, suona l'arpa, e ha di recente pubblicato il suo secondo album, Ys.
Dove tra l'altro si può trovare lo zampino di veri e propri mostri sacri della scena musicale indipendente.
Ma in realtà, di questi signoroni poco importa, adesso.
Joanna, dicevo.
La piccola cosa che ho pensato ascoltando Bridges and Balloons, prima traccia del suo primo album The Milk-Eyed Mender, è stato "wow! sicuramente piacerebbe tantissimo alla pinki..."
E non saprei perchè -magari non è nemmeno vero- però sento che potrebbe diventare uno dei suoi preferiti.
Arpa, musica che pesca a piene mani dalle tradizioni popolari ma anche dal cantautorato, atmosfere rarefatte e giocose, e poi...la voce.
Quella voce.
Non so, probabilmente per qualcuno è insopportabile -ho l'idea che si ami o si odi senza mezze misure, così a orecchio- ma quel timbro così acuto, espressivo, e soprattutto...soprattutto quel tono bambinesco, così infantile, lievemente impastato e...boh, non lo so spiegare, ma è come se cantasse una bambina di 5-6 anni, e non una bionda giovincella ventiquattrenne -che oltretutto, tanto per rincarare la dose di già cotanto favolistico insieme, sembra troppo un folletto.
E poi quei testi così sull'orlo della filastrocca, del nonsense, cantati con gongolante entusiasmo -si, si, è una bambina che canta come un'adulta...no, il contrario...è entrambe le cose, quello è il bello!- sono a dir poco una corsa in un prato al mattino, quando l'aria punge, il sole è il color dell'oro e la rugiada riempie tutto di diamanti e di dita bagnate.
E se in realtà Ys è un po' più "maturo", diciamo così, The Milk-Eyed Mender è un trionfo di foga bambinesca, quella bella e che fa tanto ridere noi grandi.
Bellissimo.
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Il nuoto è un po' la metafora della mia vita.
Questo pensiero mi si è affacciato alla mente per la prima volta martedì.
Poi è stato affinato, ma la partenza è stata martedì sera, nelle ultime battute di quella lezione.
Il succo, la raffinazione di quel pensiero primevo e primordiale, è che il mio percorso natatorio incoccia precisamente negli stessi ostacoli nei quali rimbalza la mia vita al di fuori dell'acqua.
Penso troppo alle cose che faccio, mi concentro troppo sul dettaglio, e poi le cose chiaramente non vanno.
Come la mia camera è un coacervo di roba accatastata, così la mia vita è fatta di meticolosa quanto deleteria attenzione per la minuzia.
Troppo concentrato, troppo esigente sulle cose piccole, mi dimentico poi il quadro generale e tutto va a farsi fottere.
Troppa attenzione al movimento delle gambe? ciao spalle, me le dimentico proprio.
Ruota bene la spalla! e intanto addio ginocchia...
Ecc...
Senza contare che questa attenzione maniacale è devastante in primis per l'oggetto di attenzione, che non può sopportare -com'è ovvio- standard umanamente inaccettabili e quindi si perde in cose inutili.
E così, sempre, finisce che ad un certo punto mi stanco e abbandono tutto...cosa che poi rimpiangerò, amaramente, più avanti nel tempo.
È così direi da sempre...
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We sailed away on a winter's day
With fate as malleable as clay
But ships are fallible, I say
And the nautical, like all things, fades and I
Can recall our caravel:
A little wicker beetle shell
With four fine maste and lateen sails
Its bearings on Cair Paravel
Oh my love
Oh it was a funny little thing
To be the ones to've seen
The sight of bridges and balloons
Makes calm canaries irritable
And I caw and claw all afternoon
Catenaries and dirigibles
Brace and buoy the living-room
A loom of metal, warp woof wimble
And a thimblesworth of milky moon
Can touch hearts larger than a thimble
Oh my love
Oh it was a funny little thing
To be the ones to've seen
Oh my love
Oh it was a funny little thing
It was a funny funny little thing
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