Bene...sotto coi commenti ora, mi raccomando!
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Mattina. Presto, appena prima –molto presto- dell’alba. La luce filtra timida tra le persiane socchiuse.
Appena uno spiraglio, nemmeno così intensa, nemmeno mi colpisce gli occhi.
No, niente occhi.
La vedo, che parte dal mio ombelico –le coperte sono scivolate fin lì, durante la notte-, precisa, e sale su, sul petto e poi –e ora non la vedo, ma lo immagino, lo sento- ancora più su, sul mento, fino a sfumare di nuovo nell’ombra, esattamente all’attaccatura dei capelli, sulla fronte.
Mi passa proprio in mezzo agli occhi, sottile come un nastro di raso, e non mi infastidisce.
Ma so che è lì. E questo basta a tenermi sveglio.
Questo, e la consapevolezza che, come è apparsa la luce, lei è sparita.
È difficile da capire.
Tutto, in realtà, è difficile da capire. Tutto quello che è successo da ieri, da quando si è seduta a quel tavolino, con in mano quel libro così pesante e quella tazza che ondeggiava pericolosamente, sempre ad un passo dal rovesciarsi ma mai oltre quella sottile linea di impercettibile sicurezza.
Difficile capire come in quel momento tutti, nel caffè, stessero parlando con voce più bassa del solito.
Difficile capire perché, nonostante quel –anche questo, difficile da capire- tavolino completamente libero, poco più in là, sgombro, ha deciso di sedersi proprio a quello che già dividevo con un anziano signore, intento a cercare non so cosa sfogliando non so quanti libri sulla resistenza, presi dallo scaffale in alto.
Difficile capire che cosa avesse, che non andava, la luce di quel tavolino libero, come ha borbottato distrattamente al vuoto, mentre si sedeva, rispondendo lieve al sorriso di saluto del vecchio reduce.
Difficile da capire. E così via.
Mi passa per la testa, per un attimo, l’idea che tutto sia accaduto soltanto in un qualche luogo imprecisato dietro ai miei occhi, solo lì dietro.
Mi giro e mi rigiro quel pensiero sulla lingua, per un po’, assaporandolo, ma ha un qualcosa, un retrogusto che non mi va a genio.
Forse perché nell’aria c’è un profumo diverso dall’aroma abituale della mia stanza, forse per quella sagoma ancora disegnata sul cuscino, sicuramente per quell’ombra di rossetto, impronta scura sul lenzuolo bianco.
No, nessun sogno. Sicuro, poco ma sicuro. Quel tavolo c’è stato, c’è stato l’occhiolino del vecchio partigiano, quando si è alzato sogghignando per occupare il tavolino vuoto. C’è stato
“la mia tazza è vuota”
mentre mi alzavo per prendermi un bicchiere di vino, e c’è stato
“si, anche per me, grazie”
con aria assorta, quando nemmeno sapeva per che cosa ero in piedi.
Non ho voglia di alzarmi.
In questo letto c’è ancora qualcosa –pochi frammenti- che non voglio, assolutamente non voglio abbandonare.
Mi alzo leggermente, puntando i gomiti sul materasso.
La lama di luce sul mio stomaco si è fatta più intensa, più brillante. Per quanto tempo sono rimasto assorto a rimuginare?
Secondi, minuti, ore, giorni. Tutto quello che so è che la stanza ha ripreso il suo odore consueto, le coperte sono fredde, il cuscino è sformato.
Nessun calore diverso dal mio, nessuna sagoma femminile sul cuscino.
Solo quel leggero sbuffo di colore, in mezzo al bianco delle coperte.
Solo quello, a dirmi che ho annusato capelli rossi e sfiorato un vestito chiaro.
Parlava, parlava, e non sapevo quando avesse cominciato. Parlava, e non sapevo quando si sarebbe fermata.
Non sapevo cosa ne pensasse del vino, che gustava a sorsi minuscoli, ogni tanto, tra una frase e l’altra.
Parlava, e non distoglieva mai lo sguardo da me, vagando tra i miei occhi, i miei capelli spettinati, le mie mani e il mio piccolo quaderno di pelle.
Poi, ad un tratto, si fermò, per nulla più che uno dei suoi soliti minuscoli assaggi di vino. Ma in quell’istante seppi che aveva finito.
“Non ho capito una parola, ma ti avrei ascoltata per sempre”
“E ora” un sorriso, solo un’ombra “ora tocca a te”.
Cominciai. Senza sapere cosa, né come.
Un vago prurito sulla spalla, poi un’unghia distratta.
Una piccola crosta si stacca, rossa.
E sul materasso, subito sotto al cuscino, un’altra piccola striscia, carminio.
E se…
No. Non è lo stesso rosso.
Ma perché questo è fresco, l’altro...
No.
Mi distendo di nuovo, socchiudo un attimo gli occhi.
Una di quelle cose su cui si deve riflettere bene, con calma.
Il locale era scuro e fumoso. Nella caligine, poco lontano, qualcuno stava suonando. Chitarra e batteria, molto semplice, molto discreto, accompagna suadente il tintinnare dei boccali e le risate.
“Non mi hai ancora detto il tuo nome”
“No, è vero”
Silenzio.
“Non mi hai detto cosa ci fai, con quel tuo quadernino”
“Oh” mi permisi di arrossire, nascondendomi nella penombra “io…ehm…scrivo, si…a volte”
“Ah, bene. Leggi, allora”
Cominciai. Senza sapere cosa, né come.
Inutile starsene distesi così nel nulla, a contemplare il nulla, pensando a ricordi che –forse- ricordano il nulla.
È tempo di alzarsi. Bagno, doccia, cucina, caffè, titoli del mattino.
Poi un lampo cremisi, su sfondo azzurro pastello.
Qualche passo affrettato verso il bagno…bam! Cremisi, sullo specchio. Dietro, il muro. Azzurro. Pastello.
Rossetto, per forza. Ormai però non mi fido, non più, e mi avvicino, e annuso, in ogni modo cerco di costruire la mia sicurezza intorno a quel bacio lasciato da una visione, l’ultima impronta di un sogno che sembra essere svanito con l’arrivo delle prime luci.
Rossetto.
Di certo non è sangue.
Inspiro, poi espiro, poi inspiro di nuovo, mi riempio le narici di quell’odore oleoso e sensuale.
Ed espiro di nuovo, soddisfatto. Ma non c’è solo rossetto sulla superficie liscia e trasparente.
Un numero, lì sotto, disegnato da un dito affusolato. Un numero di vapore.
Il vestito le scivolò dai fianchi, leggero come una foglia d’autunno. Nuda.
Si avvicinò, niente più che un piccolo bacio sotto l’orecchio, e si infilò tra le coltri con la naturalezza di una bambina assonnata. Niente della donna fatale, niente della provocatrice, soltanto sonno.
La imitai, e la abbracciai nel buio, stringendola al petto.
Ci confortammo così per non so quanto, immobili, solo ogni tanto mi sfiorava le labbra con le dita, solo ogni tanto le accarezzavo i capelli ramati.
“Raccontami una storia”
Cominciai. Senza sapere cosa, né come.
“Tanya”
E si addormentò.
Luce. Riapro gli occhi, ancora nel letto, steso, la lama di luce sul petto.
Uno scatto. In bagno, niente.
Ma il caffè è fatto.
Sullo specchio, niente.
Ma la doccia è bagnata.
Rossetto niente, vapore niente.
Il numero, però, è ancora lì. Danza tra le mie orecchie, senza volersi fermare, senza volermi lasciare in pace.
Non voglio che mi lasci in pace.
Voglio solo trovare il telefono…
…
