Oggi è "the day of the beast", six six six, come direbbe il buon Bruce Dickinson...e infatti come "citazione" in calce al post non ci sarebbero stati male i nostri amati Iron Maiden...però insomma, era quasi banale...
Invece, dato che oggi ho comprato la raccolta di racconti di Thomas Mann (che sicuramente odierò per suo eccesso di perizia letteraria), ho optato per questo racconto di un ancora diciottenne che già mostrava i sintomi del genio letterario...
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Mentre, meccanicamente, mi arrotolo una nuova sigaretta, mentre il pulviscolo marrone vacilla e cade con lieve picchiettio sulla superficie bianco-giallognola della carta assorbente, sempre più mi pare improbabile di essere ancora sveglio. E mentre l'aria della sera, che mi lambisce calda e umida entrando dalla finestra aperta, modella capricciosamente le nuvolette di fumo e dal verde alone dell'abat-jour le sospinge nell'indistinta oscurità dell'ombra, non ho più dubbi: sto sognando.
Questo pensiero, com'è ovvio, mi infastidisce: imbriglia la fantasia. Dietro di me lo schienale della sedia scricchiola furtivo, irridente; i miei nervi ne sono urtati come da un brivido improvviso. È irritante, mi disturba nella mia assorta analisi dei segni bizzarri tracciati dal fumo, quasi lettere che mi folleggiano intorno, lettere con le quali mi ripromettevo di tessere una trama.
Ora, invece, la quiete è sconvolta. Movimento frenetico in tutti i sensi. Nervoso, febbrile, delirante. Clamore di suoni disparati. E in quel tumulto ecco affiorare dall'oblio percezioni che un giorno si impressero nella mente e che adesso, stranamente, si rinnovano e ridestano lo stesso stato d'animo di allora.
Noto con interesse che il mio sguardo si dilata avidamente, come ad abbracciare lo spazio immerso nel buio. Quello spazio in cui, sempre più nitido, si profila un rilievo luminoso. Assorbe questo mio sguardo; vaneggia, ma è, il suo, un vaneggiamento gioioso. E accoglie sempre più: sempre più si dà; sempre più si fa; sempre più s'incanta... sempre... più.
Ora è là, limpidissima, vivida come allora, l'immagine, l'opera d'arte del caso. Recuperata dall'oblio, ricreata, plasmata, dipinta da quell'artista geniale e fiabesca che è la fantasia.
Non grande: piccola. Non un tutto organico, eppure compiuta come allora. Al tempo stesso indefinita, da ogni parte sfumante nell'oscurità. Un mondo. Un universo. Una vibrazione di luce, una sensibilità profonda. Non un suono, però. Nulla vi penetra del frastuono che, ridendo, la circonda. O meglio, che la circondava.
Sotto, un drappo abbacinante di damasco; obliqui, frastagliati, vi turbinano, vi ondeggiano fiori e foglie. Sopra, poggiato su un supporto traslucido, si erge la forma slanciata di un calice di cristallo, colmo a metà di pallido oro. Una mano si protende con gesto sognante. Le dita cingono delicatamente la base del calice. Serrato intorno ad un dito, spicca in argento opaco il cerchio di un anello su cui sanguina un rubino.
Ma mentre, in un crescendo di plasticità, sta per divenire braccio, la morbida articolazione svanisce nel nulla. Un dolce enigma. Riposa trasognata, inerte, la mano di una fanciulla. Solo dove attraverso il suo candore esangue serpeggia una vena azzurrina, solo là pulsa la vita, lentamente, violentemente palpita la passione. E come percepisce il mio sguardo, la pulsazione si fa sempre più veloce, concitata, sino a un ultimo spasimo supplichevole: Smetti...
Ma implacabile, con spietata, opprimente voluttà, il mio sguardo, come allora, si concentra. Grava su quella mano in cui freme la lotta con l'amore, la vittoria dell'amore... come allora... come allora...
Lentamente, dal fondo del calice si distacca una perla, si libra verso l'alto. Giunta nel campo di luce del rubino, si accende di riflessi sanguigni, poi bruscamente si spegne in superficie. Finché, come per un nuovo sconvolgimento, tutto dilegua, sebbene lo sguardo si sforzi di ridisegnare, di risuscitare i morbidi contorni.
La visione si è dissolta nell'oscurità. Respiro, respiro profondamente: mi accorgo che finora avevo trattenuto il fiato. Come allora...
Mentre aderisco affranto allo schienale, una fitta mi strazia. Adesso lo so con certezza, con la stessa certezza di allora: Tu mi amavi... Ed è per questo che posso abbandonarmi al pianto.
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